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Piani geometrici di un Trabaccolo

Un raro esempio di piani di costruzione di un trabaccolo con la poppa a specchio e la prua slanciata, ossia del tipo pièlego.

Si tratta di un'esecitazione di disegno dell'allievo Carlo Grego svolta il 24 dicembre 1824 presso l'I.R. Accademia di Commercio e di Nautica di Trieste sotto la direzione del prof. Gaspare Tonello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il trabaccolo, nelle sue diverse tipologie, è stato l'imbarcazione più diffusa dell'Adriatico, quale mezzo di traporto, ed aveva le seguenti caratteristiche: prua e poppa rigonfie, pescaggio minimo ed un rapporto lunghezza/larghezza dei più classici, pari circa a tre.

Questi bastimenti presentavano alcune varianti costruttive nella forma dello scafo, legate alla località di costruzione: più panciuti e rigonfi lungo la costa marchigiana, con il fondo piuttosto piatto lungo la costa veneta, più stellati e con la prua ben slanciata lungo quella dalmata.

Di costruzione semplice ma robusta, più nave che barca, con buona capacità di carico, facilitato dal grande boccaporto centrale, il suo costo era contenuto e non richiedeva un equipaggio numeroso: da 4 a 7 uomini.

La lunghezza del suo scafo poteva variare da 12 a 25 metri, per una stazza da 8 fino ad oltre 150 tonnellate; era munito di un lungo timone a calumo che scendeva oltre la chiglia e che serviva a limitarne lo scarroccio nelle andature strette.

Le origini del trabaccolo derivano dalle navi tonde, tipiche del medioevo, di cui si sono mantenute immutate le proporzioni dello scafo.

Il più antico documento conosciuto che fa riferimento al trabaccolo è del 1693: in esso si fa cenno al suo impiego come barca da pesca.

Infatti lungo la costa romagnolo-marchigiana si costriuvano a tale scopo scafi di questo tipo, più piccoli rispetto alle unità mercantili, denominati barchetti o bacoli.

I trabaccoli erano solitamente attrezzati con due alberi armati con vele al terzo, con la vela i prua sospesa a dritta dell'albero e quella di poppa sospesa a sinistra, e con un lungo bompresso munito di polaccone scorrevole.

Qust'imbarcazione si diffuse nel mediterraneo e la sua particolare attrezzatura, che consentiva una comoda andatura a pieno carico con vento in poppa, divenne nota come disposizione di vele a trabaccolo.

I barchetti, dedicandosi alla pesca, portavano invece le due vele al terzo a sinistra dei ripettivi alberi, così da avere il lato destro libero per sollevare la rete.

Per rendere più rapida ed efficiente la manovra a bordo dei trabaccoli, dopo la metà del XIX secolo si iniziò anche ad utilizzare a poppa la vela di randa con una disposizione di vele definita tra i veneti a piffero.

Non pochi erano gli ornamenti e le decorazioni: la colorazione dello scafo e delle vele, gli occhi di prua o oculi, il pelliccione o cuffia, le sculture ricavate sulle ghirlande o zoie ed i mostravento orientabili, noti come penèli o cimarole.

Per secoli i trabaccoli sono stati quinti dei rapidi mezzi di trasporto sempre carichi fino all'inverosimile, ma il loro impego è stato molteplice: per la pesca, per il contrabbando, come cannoniera, come pontone armato o mezzo da sbarco, e quindi come nave da guerra in diverse marine, dimostrandosi molto versatili e resistendo anche in qualche modo all'avvento del motore.

Una particolare tipologia del trabaccolo era il pièlego, che anticamente si differenziava unicamente per avere a poppa un piccolo cassero, sino ad evolversi nello scafo da poppa a prua, assumendo alla fine del XIX secolo un aspetto esterno completamente diverso, dato dalla poppa a specchio e sviluppandosi per il massimo sfruttamento della vela; caratteristici e molto apprezzati erano i pièleghi di costruzione chioggiotta.

Si arrivò anche all'ermafrodito, che aveva l'albero di trinchetto armato con vele quadre mentre quello di maestra aveva una grande vela al terzo.

Del trabaccolo esistono ormai pochi esemplari, sopravvissuti ai trasporti di sabbia dell'immediato dopoguerra; dopo infatti divenne costoso, lento per il cabotaggio e non concorrenziale con l'autotrasporto, per cui venne abbandonato in favore di natanti più moderni.

Qualche rara unità, trasformata in yacht o nave-scuola, naviga ancora in Adriarico suscitando la curiosità di chi lo incrocia in mare.

E' dell'aprile del 1778 il contratto tra Francesco Nordio, calafato di Chioggia operante a Rimini, e paron Antonio Camuffi, figlio di Gio Maria, per la costruzione di un trabaccolo di 44 piedi e 1/2 di lunghezza e un pò più grande di quello che già il Camuffi possedeva e che il Nordio prendeva a scomputo di prezzo e di cui si prevedeva la riutilizzazione dell'attrezzatura.

A metà dell'800 Fortunato Camuffo, padre di quel Luigi che da poco si era recato a svolgere la sua attività a Portogruaro, risultava comproprietatio di alcune imbarcazioni, come possiamo vedere dai documenti precedentemente riportati.

Anch'egli proseguiva in quell'attività di navicularius che evidentemente era bel radicata nella famiglia e che dal 1530 è sempre proseguita ed appare ben documentata.

Anche Giovanni Battista Camuffo risultava comproprietario di alcune imbarcazioni unitamente ad altri, come era d'uso a quei tempi: lo schooner Palma d'Olivo ed il pièlego Placido.

testo di Mario Marzari



barca di tipologia veneziana

realizzata in legno di castagno,mogano, noce,rovere e acero

lunghezza: 145 cm tutto fuori

scala: 1:25

2 vele al terzo

2 fiocchi